La Nuova Babilonia

"Creare - questa è la grande liberazione dal dolore e l'alleggerirsi della vita. Ma poichè il creatore sia, è necessario dolore e molta trasformazione." (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

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Blogger: Altamiran
Nome: Altamiràn De Rancho Nuevo
Viandante della rete combattuto dall'intraprendenza più eroica e dall'indolenza più languida. Puro momento dialettico in continuo autosuperamento.

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domenica, 27 aprile 2008

Tracce filosofiche 3/ Karl Marx


Le pagine di Marx rappresentano un macrocosmo di straordinaria varietà e non possono essere racchiuse in usurati compartimenti stagni da ridurre al grande argomento dell'economia politica che, per quanto sia stato il traguardo degli ossessivi sforzi londinesi dell'ultimo Marx (si pensi alla stesura de Il Capitale), non è certamente il nucleo attorno a cui ruota l'immenso tentativo ermeneutico del filosofo tedesco, la cui analisi primariamente sociale e umanistica (non è un caso la grande devozione al lavoro come esperienza antropogena) è un lascito di fondamentale importanza per lo sviluppo di una "questione antropologica" sul sistema mondo, sull'apparato sociale eretto nel corso dei secoli, su quella che Weber chiamerà "gabbia d'acciaio". Non a caso, la critica filosofica occidentale ha sempre privilegiato il Marx filosofo della storia, l'accanito umanista (si pensi ai lavori della prima sociologia tedesca e della Scuola di Francoforte), la sua lettura genealogica degli sconvolgimenti sociali (" il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro" [Il Capitale, I, 1867]), piuttosto che il Marx economista politico, santificato assieme alla sua religione politica dalla critica di matrice orientale.  Il Marx fervente osservatore è fatto di intuizioni fulminanti vergate in estemporanee cornici, di piccole perle di impressionante lungimiranza scritte in una prosa lucida e coerente, di temi pionieristici destinati ad essere ripresi dai lavori di altri giganti quali Nietzsche e Foucalt (il disciplinamento corporale e l'addomesticamento psicologico alla base del processo di civilizzazione e di moralizzazione di una società). Non il solito Marx monumentalmente incastonato nella sua opera-ossessione (Il Capitale), ma quello più inedito, conoscitore intimo della psiche, tratteggiatore dei tempi nonché accorto storico delle pulsioni e delle intenzionalità singolari e collettive.

Propongo qui un sorprendente frammento tratto dal pamphlet 
Teorie sul plusvalore (1862-63), in cui Marx riflette sull'interessante paradosso, già rilevato da Bernard de Mandeville nel Settecento, per cui la produttività e la prosperità lucrativa di una società  in cui il lusso, lo spreco, il vizio e la trasgressione alla norma costituita possano costituire una leva per lo sviluppo economico. Insomma, i vizi privati diventano pubbliche virtù, le disparate singolarità vengono immolate sull'altare dello sviluppo produttivo, a qualsiasi condizione, a qualsiasi costo:uomo leonardiano
[....] "Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest'ultima branca di produzione e l'insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni sul diritto criminale, e inoltre l'inevitabile manuale [...]. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. [...] Il delinquente produce un'impressione, sia morale, sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un "servizio" al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. [...] produe anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie. [...] Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Preserva così questa vita dalla stagnazione, e suscita quell'inquieta tensiona e quella mobilità, senza le quali anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, [...] la lotta contro il delitto assorbe un'altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fin nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione di banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage), senza la frode del commercio? [...] Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l'assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, e così esercita un'influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (strikes) sull'invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l'albero del peccato non è forse in pari con quello della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: "Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione [...]; è in esso che dobbiamo cercare la vea origine di tutte le arti e di tutte le scienze [...] e nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta". Sennonché Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e onesto degli apologeti filistei della società borghese."

Gli spunti e i temi deducibili da questo stralcio anche solo dalla stessa opera di Marx sono vastissimi e si concentrano principalmente sulla ricostruzione della nascita del capitale e della sua accumulazione originaria, episodi nei quali si palesa lo sguardo genealogico che Marx intende adottare per scavare a fondo in meccanismi forgiati dalla coazione a ripetere ma che si originano grazie ad una brutale e atavica sopraffazione del più forte sul più debole. In particolare, l'idea di questo intervento mi è stata suggerito dall'abbozzo di discussione fatto con un mio amico in una delirante (e abbastanza recente) serata, riguardante l'inemendabilità del "male", della "trasgressione", del "negativo" e dell'"illegale" per la stabilizzazione e l'efficienza di una qualsiasi società autodeterminata. Marx la inquadra ovviamente in termini di produttività, che per lui costituiscono l'equivalenza di autosussistenza: la società è tale se produce e sovrapproduce. Pertanto non stupisce la terminologia specifica di questa "apologia della produttività". Ma una discussione coerente e vincolata a questi temi può comunque prendere la mosse da questo autorevole e inedito parere.


Altamiràn



postato da: Altamiran alle ore 23:19 | link | commenti
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sabato, 19 aprile 2008

Spicchi d'uomo


Ammetto che il silenzio protrattosi in tutti questi mesi è stato indecente. Nessuna giustificazione, nessun tentativo apologetico volto a scagionarmi dalla fatale negligenza. Mi pemetto soltanto di esternare una semplice constatazione, l'evidente dato di fatto rappresentato dalla languida indolenza che mi contraddistingue, l'innegabile indole procrastinatrice che spesso mi ha condannato - impossibile peraltro nascondere una punta di inconscio autocompiacmento nell'essere cullati da questa pigra quiete - a dilatare i miei propositi verso orizzonti vaghi ed indefiniti. Non riesco nemmeno a immaginare quante tonnellate di polvere si siano deposti sulle assolate rovine di Babilonia, fardello dimenticato dalla storia e che, coerentemente, stava per essere dimenticato anche dal sottoscritto. Questa volta l'enfasi della rinascita non andrà a scapito della concretezza. Nessun procalama ebbro di speranza, bensì un ritorno in sordine e ben consapevole della propria umorale disposizione. Quindi, nessuna promessa. Solo l'impegno, soggetto alle mie ondivaghe intenzioni, di offrire frugali ma consistenti perle tratte dal mare desertico di Babilonia. Piccoli spicchi di mondo, tranchès de vie il più naturalistici possibile, i colori più variegati che affrescano l'uomo: cromature spesso in contrasto fatale, tra loro, ma proprio per questo più veridiche. Rimarranno lì, affioranti in superficie, alla mercè di chi vorrà coglierla.


Curiosa, la letteratura. Charles Bukowski, nel suo romanzo Hollywood (1989), si era raccomandato con noi italiani, di parlare meno forte (allora è proprio vero, non è un nostro tratto distintivo recente risalente, come credevo, alla boria derivata dalla vittoria ai Mondiali di Calcio del 2006) e, soprattutto, di leggere Cèline. All'inizio può sembrare una battuta campata in aria, o con il semplice effetto di realizzare un umorismo dell'assurdo, e spiccatamente non-sense. E' anche così, senza dubbio. Ma, poichè non sono nuovo alla topica letteraria bukowskiana, esso mi è parso un preciso messaggio. Nel suo romanzo-testamento spirituale Pulp. Una storia del XX secolo (1994), i riferimenti a Cèline all'interno della trama sono più che mai espliciti e determinanti per lo svolgimento della stessa. La cosa mi ha incuriosito, e benché fossi del tutto (e sia ancora) insipiente circa la figura e la poetica di Cèline e pericolosamente tentennante sul resto della letteratura francese, ho tentato un progressivo avvicinamento.

bukowski
Autore scomodo, ostracizzato, contraddittorio e impossibile da impugnare senza ferirsi. Vittima delle sue stesse idee, esagerazioni senza finalizzazioni pratiche propugnante con un'ingenuità che gli è costata cara in un clima non più adatto a personaggi come lui. L'onta  del collaborazionismo, di un antisemitismo non più sostenibile (mentre nel clima pre-bellico i suoi pamphlet, cavalcando l'onda del binomio patriottismo-antisemitismo, avevano avuto un enorme successo), gli valsero l'esclusione dalla storia culturale del suo paese e l'oblio di molte sue opere. Il rischio per colui che, come me, ha visonato una percentuale esigua dei suoi lavori, alcuni dei quali considerati delle pietre miliari della lettarature del Novecento (mi riferisco a Viaggio al termine della notte e Morte a credito), è ovviamente generalizzare e tralasciare aspetti capitali della sua produzione che un conoscitore più esperto saprebbe indicare. Ma, seguendo la mia idea di fornire qui spicchi d'uomo, regioni della sua vita, Cèline sembra rappresentare una di quelle figure che non si possono dimenticare facilmente. Il suo spirito perennemente angosciato e ossessionato dai fantasmi della solitudine si riversa in una prosa forsennata, scandita dai suoi prodigiosi tre punti, abitata da quella petite musique, imprescindibile e distintiva di Cèline. Anche in uno di quelli che considero come i prodromi della sua esperienza esistenziale che, condivisibile o meno, non può far rimanere indifferenti: la tesi di laurea in medicina del giovane Louis-Ferdinand Destouches (prima che, in ricordo dell'affettuosa nonna, adottasse lo pseudonimo Cèline) sulla figura di Ignac Fulop Semmelweis, l'eroico debellatore dell'infezione puerperale - che nell'Ottocento falciava migliaia di vite di giovani donne.

Qui lo slancio entusiastico di un giovane, in c
ui è visibile in nuce la sua deflagrante maturità (in una sorta di sovrapposizione del non ancora vissuti, si alternano temi sorprendentemente coincidenti col Cèline adulto, come il suo senso costante di persecuzione e di isolamento, la sua sete di colpa e di tortura), si associa alla pura pienezza di vita, una sorta di fanatismo verso di essa, impulsivo e a tratti quasi infantile, nel tracciare la vita di un puro come Semmelweis ("...sembra che la sua scoperta superasse le forze del suo genio. E questo forse fu la causa profonda di tutte le sue sventure."), unico non colpito dalla mostruosa cecità del suo secolo, che trattava morte e nascita come se fossero la stessa cosa. Trascinato dal destino alla sua scoperta, e, insieme con essa, a un clamoroso susseguirsi di incomprensioni e persecuzioni, Semmelweis verrà spinto alla follia e ad una morta atroce. La prosa è classica e nitida, quasi da immacolato e asettico testo scolastico, inframmezzato qua e là dalle febbrili irruzioni che spezzano la narrazione a favore di un ritmo frenetico, palpitante e sanguigno. L'iniziale intento freddamente agiografico a volta soccombe sotto i colpi irrefrenabili di una violenta e disperata immedesimazione, una partecipata empatia dai toni feroci e dalla disicantata lucidità di fronte alla miopia di molti esseri umani, all'ottusa iniquità di un mondo troppo invischiato nelle proprie certezze da poter anche solo rendersi conto del suo fluire verso nuovi orizzonti. Un medico amico di Semmelweis disse che quando qualcuno avrebbe scritto la storia degli errori umani, difficilmente ne avrebbe trovato uno più grave di questo. Vissuto quasi un secolo più tardi, l'ardente e giovane Cèline ha lo stesso sdegno, la stessa rabbia fraterna di chi ha l'indole sensibile a dolori e ingiustizie.

Emblematico il prologo della sua tesi, poi raccolta in opera (Il Dottor Semmelweiss, in Italia edito da Adelphi), inizialmente un ruscello tiepidamente an
alitico a scopo esplicativo che si trasforma in fiume ribollente di indignazione e rabbia per la sorte di quello che, dopotutto, era un "amico", un "fratello nel dolore": " Ecco la terribile storia di Ignazio Filippo Semmelweiss. Potrà sembrare un po' arida, respingere in un primo momento, per via dei particolari e delle cifre, delle minuziose spiegazioni. Ma il lettore intrepido ben presto sarà ricompensato. Ne vale la pena e lo sforzo. Avrei potuto riprenderla in mano, rifinirla, svektirla. Sarebbe stato facile, non ho voluto. La do quindi per quel che vale [Tesi di Medicina a Parigi, 1924]. Non ha importanza la forma, è la sostanza che conta. E questa è ricca a sufficienza, suppongo. Essa ci mostra il pericolo di voler troppo bene agli uomini. E' una vecchia lezione sempre nuova. Supponiamo che oggi, allo stesso modo, venga un altro innocente che si metta a guarire il cancro. Manco s'immagina che genere di musica gli farebbero ballare! Sarebbe veramente fenomenale! Ah! meglio che prenda doppie misure di prudenza! Ah! meglio che sia avvertito. Che se ne stia maledettamente bene in guardia! Ah! sarebbe tanto di guadagnato se si arruolasse immediatamente in una qualche Legione Straniera! Niente è gratuito in questo basso mondo. Tutto si espia, il bene, come il male, si paga prima o poi.  Il bene è molto più caro, per forza."
ignazio filippo semmelweis
Tale potente uragano di passione, scaturito dal riconoscimento di un'identità dolorosamente comune, non deve travolgere. I binari Cèline e Semmelweiss viaggiano paralleli, spesso s'intersecano, ma è deleterio considerarli come un unico percorso. La partecipazione di un Cèline è nobile, drammaticamente esemplificativa della sua ipersensibilità, del suo animo irrequieto e perennemente agitato, a volte è un Semmelweiss, ma, come detto, ogni binario, per quanto proceda ravvicinato, va verso una stazione, risultato della sua andatura, frutto dei suoi errori, semplice e inevitabile prodotto di un modus vivendi all'interno di un contesto parzialmente arbitario (un minimo di romantico volontarismo suggerisce di conferire ancora qualche facoltà alle misere pedine massificate, senza relegare la colpa al "sistema"), ma pur sempre scelto. Senza cadere nel moralismo estetico e nell'intenzione di distinguere, per il bene del messaggio che porta, un Cèline da un Semmelweis, evoluzioni diverse da una foggia pressoché simile, è bene ricordare quanto Guido Ceronnetti, esperto di Cèline, ha rilevato su questo "caso d'umanita concomitante", su questo ricchio di doppia personalità: "[...] nella vita di Semmelweiss non c'è niente di impuro. Il suo tragico ha la stessa purezza della sua mente e del suo cuore. Una purità tremenda, che chiama sopra di sè le sciagure: la stessa di Lear, non metterti tra il drago e la sua rabbia. [...] Impurità invece si è mescolata, con grandi stillicidi, al suo agiografo. Il poeta dell'amore infinito di Semmelweiss e della compassione buddista di Bardamu è un uomo butterato dalla scaltrezza e dai rancori, capace di odiare smisuratamente, che conosceva molto bene (fin troppo) l'arte del difendersi. [...] Tra le due manie di persecuzione la differenza, se anche si potrà stabilire una parità di patimento, sarà sempre di grado di qualità morale. Cèline non è una vittima inerme, graffia fino alla morte. Semmelweiss e Cèline, vicini nella compassione del dolore fisico umano, non un'uguale ingiustizia li ha maltrattati. La prigione danese, il disonore nazionale punivale, con la povertà strumentale e l'impurità di fondo dei giudizi umani, qualcosa, che non era il genio di uno scrittore, ma la colpa morale di un uomo...[...]".

Ceronetti è comuque pronto a isolare a sua volta la c
olpa morale, per cui differenzia Semmelweiss da Cèline, dalla constatazione dignitosa di un Cèline fino in fondo consapevole di dove le sue scelte lo hanno portato, dove il suo antisemitismo feroce ma sincero (rinnegato solo per quanto riguarda l'associazione fatta col nazismo, ingenuamente considerato "pacifico") lo ha condotto e quanto scotto abbia dovuto - giustamente, vista la sua monolitica arroganza - pagare. Paragonando le dottrine di Leon Bloy e di Cèline, Ceronetti fa una considerazione interessante: "[..] Trovo il filosemitismo di Bloy più ripugnante, più torvo, dell'antisemitismo di Cèline. Mi esaspera il suo untume paramistico, il suo rancido di casino di rue Montmartre devoto, l'irrealtà di quelle vetrate neogotiche. Se non ci fosse di mezzo la giudeità di Cristo, Bloy sarebbe probabilmente più antisemita di Drumont. Meglio l'attacco diretto all'ebreo in quanto tale (umanità che si respinge, idea che non si tollera) che la sua trasformazione in un mezzo, in una figura di, in un'umanità che non vive per se stessa, ma per testimoniare qualcosa che riguarda altra miseria umana, le genti battezzate, soprattutto gli scrittori credenti, nelle epoche d'incredulità. Questo youtre di Bloy è schifoso ma.... Bloy lo prenderebbe fanaticamente a calci, ma finisce, pensando ad Abramo, per baciargli appassionatamente i piedi. [...]".

481px-Celine
Lampi di vita umana, spicchi d'uomo, "regioni dello spirito". Chiamatele come preferite. Contradditori, squarcianti, squallidi, diversi, intensi, ripugnanti e allo stesso tempo sublimi. Da Bukowski a Cèline, passando per Semelweiss. Cristalline essenze, così disparate ma sottilmente legate da una folle ma ferrea logica di umanità, da un filo invisibile ma persistente che racchiude bipolarmente la feccia e il supremo, il dolore esacerbante e l'orgasmo del corpo e dello spirito, l'onestà sacra e la meschinità più ottusa e ottundente, l'amore verso il prossimo e la più fredda e gratuita violenza. Tutto sigillato dalla dignità, imprescindibile marchio per chiunque abbia da raccontare una storia, una semplice vita, e per chiunque voglia stare ad ascoltarla.


Altamiràn



postato da: Altamiran alle ore 15:22 | link | commenti (2)
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venerdì, 21 settembre 2007

Sogno di una notte di fine estate

Risulterà arduo ricostruire con certezza le dichiarazioni di quella notte, essenzialmente per il fatto che - tutto sommato - non ce ne furono. Credereste mai all'impossibile, ossia a fenomeni incompatibili con le leggi della fisica e del reale? Sì, sono certo che alcuni di voi potrebbero, e con una leggerezza perfino eccessiva. Ad ogni modo non sentitevi costretti ad una scelta, poiché vi rivelo fin dal principio che quel che segue non è mai accaduto. Non sì può descrivere l'inesistente! - replicherà l'acuto lettore - e non solo per definizione: dimenticarsi che ogni atto immaginativo si nutre dell'assemblaggio psichico della realtà circostante è un riprovevole errore concettuale, un abominio grossolano che farebbe inorridire anche un taverniere cipriota. Ma non c'è motivo di affannarsi, poiché tale crimine non sarà compiuto. Quella notte, l'unico luogo dove avvenne qualcosa fu uno dei posti più interessanti che io conosca: la mente di un giovane, nell'indistinto momento del sogno...

 

- La nostra immaginazione...- sospirò Goethe - spinta dalla sua propria natura a elevarsi, e nutrita di fantasmi poetici, si costruisce una scala di esseri superiori, fra i quali noi occupiamo l'infimo grado; e ogni cosa fuori di noi ci appare più nobile, ogni altra persona ci appare più perfetta.... E questo avviene in modo assai naturale. -

- Vittimismo, Goethe. Senso di colpa. Sai che novità...- Svevo era di malumore.

- Mancanza, amico italico, mancanza. Il vittimismo, semmai, sussiste di conseguenza. In realtà la nostra spasmodica ricerca di pienezza (nel senso più materiale possibile) non è che un goffo arrancare nel tetro burrone della mancanza.-

- Mancanza di cosa, Huysmans?- chiese Goethe, ormai rassegnato a cedere le redini del discorso.

- Di senso.-

- Oh, per Diana! Non parlerai ancora di Dio?!- esplose Svevo.

- Che argomento volgare.- sentenziò Wilde.

- Volgare?- Huysmans scrutò il dandy irlandese afflosciato su un divanetto liberty.

 

La sala era ampia al punto giusto per poter essere definita anche accogliente. Stoffe pregiate pendevano dai muri, arazzi dalle tinte infuocate, intrecci orientali al limite tra l'esotico e l'infernale.

Che vi sia un nesso tra i due aggettivi? pensò Huysmans lisciandosi il pizzetto. Si era alzato in piedi, come in procinto di impostare una filippica. Ai danni di Wilde, si presuppone. Lo scontro tra i due era stato aggirato per troppo tempo, nonché esagerata educazione. Ma anziché soppesare le parole che sarebbero scaturite di lì a poco, lo scrittore parigino si fece distrarre dall'arredamento. Una carta da parati rosa imponeva uno sfondo monotono, e il poeta non si sarebbe stupito se essa nascondesse anche dei meravigliosi affreschi, ormai deturpati e sminuiti da decenni di pessimo gusto. Sette tipi differenti di tabacco confluivano in una nebbia densa che aleggiava a mezz'aria nella stanza. L'acre odore, più consono ad un bordello algerino che ad un circolo scipionico, si intensificava inoltre con il sottile sbuffo di un narghilè, fumato con veemenza da Gabriele d'Annunzio. Alla sinistra del pescarese megalomane sedeva appunto Svevo, tutto composto su una sobria sedia di legno. Vestiva di grigio. Continuando in senso orario, a mo' di girotondo, c'era l'ultimo degli italiani coinvolti nella discussione: Luigi Pirandello, sdraiato - incredibile a dirsi - su di un tappeto persiano, come un agile adolescente viziato, con tanto di golfino sulle spalle (le cui maniche annodate sul petto). Impertinente. Ma mai quanto Wilde, subito a sinistra di quest'ultimo. Pochi sanno che Oscar Wilde era alto quasi due metri, motivo per cui occupava, molto egoisticamente, tutto un divano. Indossava un completo giallo canarino, appariscente a dir poco. Dei mocassini mantovani color marrone (e dai bagliori rossastri) si intonavano perfettamente con la sua chioma decadent. Quindi ecco Dostoevskij, incupito in una poltrona, e Goethe, accomodato su una seggiola gemella (ma con ben altra postura), e infine Huysmans, ancora in piedi. Altre figure riempivano quel salotto, ma il raggio delle candele che stanziavano al centro di esso non arrivava a rivelare i loro volti. Erano icone anonime, sagome oscure. E benché avessero molto da dire, quella sera non era il loro turno.

Siccome Huysmans ancora non parlava, Svevo lo provocò:

- Concordo, Oscar: volgare. Come mi piaceva quella tua definizione di religione... com'era già... Ah, sì: il surrogato mondano della fede. Scommetto che è di questo che volete discorrere, Huysmans, tramite un'inutile quanto noiosa arringa difensiva. Avete mai pensato che l'uomo possa saziarsi servendosi semplicemente del mero mondo che lo circonda, abbandonandosi a una sfrenata (o più moderata) adorazione dei piaceri materiali? Perché cercare altrove?-

Goethe non perdonò a Svevo l'interruzione di prima: - E invece no. Sentiamo molto spesso che ci mancano tante cose, e proprio quello che ci manca ci sembra che un altro lo possieda; allora gli attribuiamo per giunta anche quello che noi abbiamo, e oltre a ciò una certa ideale pacatezza. Ed eccolo bell'e fatto l'Uomo Felice, creatura di noi stessi.-

- La presentate come la peggiore delle mistificazioni!- rise Wilde.

- Non lo è?- disse finalmente Huysmans. E riprese: - Vi è mai capitato di soffrire alla vista di certe fisionomie? Personalmente le considero quasi come un insulto. Parlo delle espressioni paterne o burbere di alcuni volti. Sento una gran voglia di prendere a schiaffi quel tale che bighellona chiudendo le palpebre con aria saputa, quell'altro che si dondola sorridendo alla propria immagine davanti alle vetrine, quell'altro ancora che sembra metter sossopra un mondo di pensieri mentre divora, con le sopracciglia contratte, tartine e fatti diversi di un giornale. Fiuto là sotto una così inveterata stupidaggine, una tale esecrazione per le mie proprie idee, un tal disprezzo per la letteratura, per l'arte, per tutto quello che io adoro, bene impiantati in quegli stretti cervelli di bottegai, preoccupati solo di far denaro, rivolti solo a quella bassa distrazione degli spiriti mediocri che è la politica, che rientro a casa pieno di rabbia e mi chiudo a chiave con i miei libri. Felicità... Con che coraggio oggigiorno si decorano gli incivili di questa parola? Il fatto che non percepiscano la mancanza che li sfigura non li eleva affatto ad un livello superiore. La materialità colma l'individuo con lo spregevole stratagemma di rimpicciolire il suo contenitore spirituale. Ma non parlatemi di reale pienezza. Di manipolazione, casomai.-

- Voi siete uno spreco di intelligenza. Quasi come il nostro amico Fedor, nevvero?- sorrise Wilde.

Dostoevskij alzò il cranio e il bagliore delle candele scacciò le ombre dai suoi zigomi: - Forse l'unica ragione per cui io mi considero una persona intelligente è appunto il fatto che in tutta la vita non sono mai riuscito a cominciare né finire nulla. Massì, massì, sarò pure un chiacchierone, un innocuo, molesto chiacchierone, così come lo siamo tutti. Ma che farci, se l'unica, immutabile strada che sia data a un uomo intelligente è precisamente quella della chiacchiera, ovverosia d'un premeditato travasare dal vuoto nel vuoto?-

- Chiacchierone... Stavo giusto per chiederti di stare zitto.- sbottò acido Svevo.

- Parli di vuoto, Fedor. E giustamente.-

- Non mi strumentalizzare, Huysmans. Non adoriamo lo stesso Dio.-

- Bisogna avere un certo stomaco per adorare Dio, in qualunque maniera lo si intenda.- dichiarò Wilde.

- Gabriele che ne pensi? Tu sei felice, senza Dio?- chiese Huysmans.

D'Annunzio inspirò una polmonata di fumo, rovesciò gli occhi in su e disse: - Altri sono più infelici; ma io non so se ci sia stato al mondo uomo meno felice di me. -

- È drogato.-

- Possibile Svevo, non diamogli credito.- confermò Goethe.

- E tu Svevo? Tu che confondi la mancanza con il senso di colpa... tu ti ritieni una persona felice?-

- La mia vita somiglia un poco alla malattia nel momento in cui procede per crisi e lisi, ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata dalle radici. L'uomo s'é messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande chiarezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Ma chi ci guadagnerà dalla mancanza di aria e di spazio (unica mancanza che posso concepire)? Solamente al pensarci soffoco. Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute, mentale o fisica, è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo. E se mai c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa.-

- Oh oh, che discorso da benpensante!-

- Ridi di me, Luigi?-

- Non solo di te, Italo, anche di Huysmans.- Pirandello oscillava le gambe avanti e indietro, stando con la pancia a terra, come di solito fanno i bambini. - Mi sono perfettamente identificato in uno di quelli che il nostro amico parigino ha giurato di detestare, precisamente quello che si dondola sorridendo alla propria immagine davanti alle vetrine. Ma chi è costui, in realtà? Nessuno. Un povero organismo senza nome, che vede dinnanzi a sé l'apatica attonita faccia di quel povero corpo mortificato scomporsi pietosamente, arricciare il naso, arrovesciare gli occhi all'indietro, contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar le ciglia, come per piangere. Aria saputa? Pazzia, probabilmente. Meravigliosa e tremenda pazzia, vera consapevolezza del mondo.-

 

Qui mi svegliai, purtroppo.


postato da: Vardebedian alle ore 19:53 | link | commenti (8)
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martedì, 11 settembre 2007

Tracce filosofiche/2 - Fritz Mauthner

A Babilonia giacciono ancora tesori sepolti. Scrigni traboccanti saggezze, perle di consapevolezza dall'ammiccante colore selenico e reconditi diamanti dell'anima attendono, pazientemente, di venire alla luce. Scherniti dal tempo, sedotti da seminatori di falsi promesse, nascosti dalla propria epoca dietro muri di bugie e insabbiati nel più abietto dei silenzi, talvolta si destano. Malizioso è il vento, accorto dispensatore di novità soffiate con leggiadria, quando smuove la sabbia desertica e permette a queste meteore di umanità di esplodere, irradiando la volta notturna delle intense cromature dell'anima, simboli danzanti del Divenire.mauthner3

Tutto è cominciato qualche mese fa. Stavo preparando la mia tesina di maturità (trattante "Il Nichilismo Europeo") quando, sfogliando distrattamente il commento in appendice all'edizione Adelphi dell'Unico e la sua proprietà di Max Stirner, notai più volte un nome che, a quanto pare, aveva dedicato buona parte della sua attività allo studio del pensiero di Max Stirner. Fritz Mauthner, appunto. Vedendolo incluso in un paragrafo che presentava il rapporto tra il pensiero di Stirner e il filone filosofico anarco-comunista che nel primo dopoguerra tedesco diede vita a fenomeni estremi di ribellioni come la Repubblica dei consigli di Monaco (nato nel 1919 e represso nello stesso anno dalle forze governative), mi feci una sommaria idea del tipo di appartenenza ideologica che Mauthner potesse avere. Inoltre avevo intenzione di includerlo nella mia tesina poichè mi avrebbe fatto comodo trattare, oltre a Stirner, anche i pensatori che si soffermarono con originalità sul suo pensiero. E da lì che sono cominciati i problemi, tanto che alla fine mi dovetti accontentare di inserire nel lavoro solo un accenno nominale a Mauthner a piè di pagina. Non avevo trovato nulla, eccettuata qualche pagina sulla Wikipedia tedesca (poco utile dal momento che non conosco il tedesco). Provai ad estendere la ricerca, invano. Nessun manuale di filosofia, nessuna pagina web che accennasse anche solo al suo nome, ad una sommaria biografia, ad uno straccio di attività culturale. Che si trattasse di una meteora apparsa soltanto per commentare qualche massima di Stirner? Eppure le sue osservazioni costituivano un punto di riferimento valido e mi parevano decisamente argute.


Questa perplessa situazione di dubbio circa la reale esistenza di questo Fritz Mauthner è durata fino a quando, qualche settimana fa, mi sono imbattuto nell'unica pagina italiana dedicata a questo sventurato pensatore, all'interno del sito UAAR (www.uaar.it). Coincidenze, dirà qualcuno, sta di fatto che tutta la faccenda mi è diventata più chiara. Fritz Mauthner è stato un giornalista, un parodista, un commediografo, un romanziere di successo, un saggista, un filologo, nonché un filosofo del linguggio. Insomma, quello che nel Rinascimento chiamavano uomo polivalente. Un intellettuale moderno, ricercatore e scrittore indipendente, svincolato al mondo accademico. Va aggiunto che Mauthner nacque nel 1849 in Boemia, propaggine autonomista del moribondo Impero Asburgico, che era di etnia ebraica, e che morì nel 1923 in Germania. Già qualche giustificato sospetto può sorgere accorgendosi della scarsa attenzione suscitata a suo tempo da questo pensatore, soprattutto se si pensa che professare una propria indipendenza intellettuale nella pedantesca temperie culturale mitteleuropea tra Ottocento e Novcento equivaleva precludersi a priori una qualsiasi carriera o un riconoscimento ufficiale.

Ma, se già l'ignoranza di cui deve soffrire la notevole figura di Fritz Mauthner è quantomeno "sospetta" (per non giungere a conclusioni troppo affrettate), ancora più inspiegabile appare come la sua opera monumentale, il frutto della sua vecchiaia, "Der Atheismus und seine Geschichte im Abendlande" ("L'Ateismo e la sua storia nel mondo occidentale", quattro volumi per complessive 2200 pagine usciti tra il 1921 e il 1923), si ritrova tradotta solamente nella originale lingua tedesca, e in nessun altra lingua, nonostante sia uscita ormai da più di ottant'anni. Al tempo stesso, tuttavia, il testo di Mauthner si trova citato in testa alle più importanti bibliografie scientifiche, come una tra le pochissime opere fondamentali e comprensive esistenti sull'argomento. Citando Luciano Fransceschetti (che ha curato la pagina UAAR dedicata a Mauthner e alla sua produzione), " Non si tratta in realtà d’una storia ordinaria, stereotipica, rituale, bensì della narrazione organica di letture e ricerche dirette e personali condotte dall’ultrasettuagenario Mauthner, che già nel suo famoso “Dizionario di Filosofia” aveva formulato la singolare teoria, sulle orme del mistico Eckardt e dell’ateo Schopenhauer, d’una “mistica atea”. In essa culmina e si conclude difatti il lungo ed aspro cammino della necessaria “liberazione” dello spirito, ovvero della psiche umana, dell’affrancamento dall’atavico concetto di Dio (Gottesbegriff). Vi si narra il tortuoso percorso di guarigione dal virus della fede (così lo definisce oggi Richard Dawkins), il “calvario” del riscatto dalla più deformante e morbosa superstizione — verbale nella sua essenza — manifestatasi nell’infanzia dell’umanità. In sintesi, è l’iter della ricerca costante che, dai primordi della filosofia occidentale (greca ovviamente), con fiuto da segugio (da “Atheistenriecher” gesuitici, per l’appunto) non fa che stanare senza tregua e riportare alla luce indizi e tracce insospettabili: quelli che come un filo rosso contrassegnano il cammino del libero pensiero dall’antichità alla contemporaneità dell’autore (1920). Il racconto storico di Mauthner è in sostanza l’anti-storia della filosofia critica, centrata ovviamente sulla dialettica teologica, per sua natura pseudofilosofica, in netta antitesi a quei manuali scolastici impressi nella memoria di tutti i liceali (specie italiani, da Talete a Gentile), quasi a mostrarci — in anteprima e per analogia — la faccia sconosciuta in quanto invisibile del satellite… Ripercorrendo l’evoluzione e l’involuzione del pensiero critico, l’indagine di Mauthner abbatte nel contempo, e definitivamente, il dogma “scolastico” dei teologi santi, sedicenti maestri di metafisica, di cui grondano tante pseudostorie e manuali di filosofia."

In ogni caso, Fritz Mauthner non ha mendicato considerazione per tutt0 l'arco della sua vita, come qualcuno potrebbe supporre, visto l'ostracismo culturale a cui è stato sottopposto. Scrittore quasi popolare nella Germania della seconda metà dell'Ottocento, l'alta cultura tedesca lo ricorda per le sue pionieristiche applicazioni nel campo della filosofia del linguaggio e della scienza filologica contemporanea. L'oscuramento fu repentino e seguì immediatamente l'anno della sua scomparsa. E non fu nemmeno immune da influssi culturali nazisti, ostili a qualsiasi movimento intellettuale ebraico. Senza addentrarsi in dietrologie troppo sofisticate o in ipotesi decisamente poco concilianti, rimane da chiedersi il perchè su questa monumentale opera di insabbiamento consumatasi con una tale efficienza e rapidità da lasciare sconcertato chiunque abbia la curiosità di guardarsi attorno e scoprire le esigue tracce di  questo poco conosciuto - e pertanto affascinante - pensatore. Fritz Mauthner, oltre ad offrire una figura paradigmatica di intellettuale completamente autonomo, è uno dei pochi depositari della corrente dell'ateismo filosofico che aveva trovato la luce con Ludwig Feuerbach e con gli uomini della sinistra hegeliana a metà Ottocento. E' un aspetto culturale nonché una delle tante faccie della speculazione umana quella andata perduta (e che si tenta faticosamente di riesumare), e non una fazione ideologica che, in minoranza rispetto allo strapotere della Cultura, ha avuto un destino fin troppo prevedibile per aver cercato di fare da contraltare ad una visione unilaterale e totalizzante della realtà. Una realtà che si pretende di inquadrare secondo schemi universali, di incanalare forzatamente e pretenziosamente su una presunta strada maestra, cancellando con foga meticolosa qualsiasi altro sentiero alternativo. Questa non è una novità. D'altronde si sa, ogni sistema (politico, religioso, culturale che sia) tende ad autogiustificare la propria esistenza. Con tutti i mezzi a disposizione.

E a noi non resta che tuffarci nell'indistinta amalgama del tempo trascorso, portare alla luce sentieri sepolti e seguire quelle tracce che, pur deboli ed esigue, possano condurci a qualcosa di diverso, a qualcosa di non imposto.

Altamiràn

P.S.: Allego qui il link del sito UAAR (forse l'unica pagina italiana a trattare di Mauthner e la fonte da cui ho tratto spunto per questo spot): http://www.uaar.it/ateismo/opere/mauthner/. Qui troverete una presentazione ben scritta e, cosa più importante, il primo volume dell'opera di Mauthner tradotta interamente in italiano (formato pdf). E' sottintesa la mia profonda stima verso colui che si è prodigato in un lavoro di traduzione così ingrato e sterminato. Seguiranno, più avanti, le traduzioni degli altri tre volumi. Consiglio naturalmente a tutti di scaricarlo (non occupa spazio): è leggibile, onnicomprensivo, preciso, divulgativo e ironico. Un "nuovo" rasoio di Ockham. Inoltre per chi, a differenza di me, conosce il tedesco, la pagina Wikipedia su Mauthner, l'unica disponibile: http://de.wikipedia.org/wiki/Fritz_Mauthner.


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sabato, 28 luglio 2007

Tracce filosofiche/1 - Il Risveglio e la Chance

Joan Mirò I

Il silenzio di Babilonia è durato troppo a lungo. Per troppo tempo è stagnata sui maestori ruderi di un tempo la mortifera quiete del letargo. Per troppo tempo lo zefiro non ha accarezzato le vigilanti vestigia cosparse intorno a rocamboleschi crocicchi viari. Per troppo tempo le carovane di curiosi pellegrini non hanno solcato la dorata sabbia del deserto orientale che si raccoglie nel foro centrale di Babilonia. Adesso l'alba irrora fiotti di raggi purpurei e lambisce con le sue dita l'ancestrale nido, disperdendo la fumosa nebbia di tedio che vi si era depositata in lunghi mesi di inania.

Come una creatura vivente che, ai primi bagliori dell'aurora, schiude gli occhi ad una nuova giornata, così Babilonia, gigante dormiente nel deserto, lentamente si desta, accarezzato dalle ombre rosate che danzano tra i vicoli, mentre brezze mattutine bisbigliano delicati sussurri e giocano a sferzare le fronde di radi arbusti sparsi qua e là. Se si tende con attenzione l'orecchio, tra il mormorio sommesso del vento, si può udire una sorte di ritmico respiro, melodia vitale e pulsante che mano a mano aumenta d'intensità. Babilonia torna ad essere creatura vivente. Anelito corale verso uno slancio dirompente. Colori d'alba, correnti d'aria che volteggiano, ansiti concilianti si amalgamano in un'unica entità che trasuda vita da ogni intercapedine, dalla fessura di ogni muro, da ogni crepa del terreno sabbioso, da ogni ramo nodoso, da ogni parola che esce dalla bocca di un viandante, errabonda propaggine pulsante nel tutto che è Babilonia. Parole che, condotte per mano dal vento, intrecciano discorsi, sublimano idealità, lanciano oltre le vette del possibile ed esplodono in tutto il loro abbacinante impeto.

" L'interrogazione nel mancamento appartiene a quelle che esigono subito una risposta. Devo vivere, non sapere soltanto. L'interrogazione che voleva sapere (il supplizio) sottintende che le vere preoccupazioni siano allontanate: essa avviene quando la vita è sospesa.

Mi è facile ora vedere ciò che svia quasi ogni uomo dal possibile, o, se si preferisce, ciò che svia l'uomo da se stesso. Effettivamente il possibile è solo una chance - che non si può afferrare senza pericolo. Tanto vale accettare la vita scialba, e considerare un pericolo la verità della vita che è la chance. La chance è un elemento di rivalità, un'impudenza. Da ciò l'odio del sublime, l'affermazione del terra-terra ad unguem e il timore del ridicolo (dei sentimenti rari, nei quali si inciampa o che si teme di avere). L'atteggiamento falso, scialbo, sornione, chiuso alla <<sconvenienza>> e perfino a qualsiasi manifestazione di vita (atteggiamento che caratterizza generalmente la <<virilità>> intesa come l'età matura, e soprattutto le conversazioni), è, se ci si pensa, timor panico della chance, del gioco, del possibile aperto all'uomo e di tutto ciò che che pretendiamo di amare nell'uomo, che riceviamo in sorte come chance e rifiutiamo come l'aria falsa e chiusa di cui ho parlato come casualità di gioco, come squilibrio, ebbrezza, pazzia. E' così. Ogni uomo è occupato ad uccidere in sè l'uomo. Vivere, esigere la vita, far risonare un rumore di vita, è andar contro l'interesse. Dire intorno a sè: <<guardatevu, siete tetri, tozzi; questo rallentamento, questa voglia di essere spenti, questa noia infinita (accettata), questa mancanza di orgoglio, ecco che quel che voi fate di un possibile; leggete ed ammirate, ma uccidete in voi e intorno a voi ciò che dite di amare (voi lo amate soltanto scaduto, morto, e non nell'atto di stimolarvi), amate il possibile nei libri, ma io leggo nei vostri occhi l'odio della chance...>>. E parlare così è sciocco, è andare invano contro corrente, ricominciare con le lamentazioni dei profeti. L'amore richiesto dalla chance - la quale vuol essere amata - domanda pure che amiamo l'impotenza ad amarla, tipica di ciò che essa rifiuta.

Non odio affatto Iddio, in fondo lo ignoro. Se Dio fosse ciò che si è dettosarebbe chance Per me, non è meno sconcio trasformare la chance in Dio di quanto lo sia l'inverso per un devoto. Dio non può essere chance, poichè è tutto. Ma la chance che tocca in sorte, che agisce senza fine, che si ignora e si rinnega in quanto è toccata in sorte (è la guerra stessa), domanda di essere amata e non ama meno di quanto i devoti immaginarono di Dio. Che dico? Al confronto della sua esigenza, quella di un Dio è un vezzo da bambini. Infatti la chance innalza per far cadere da una maggiore altezza; la sola grazia che possiamo infine sperare è che ci distrugga tragicamente invece di farci morire di ebetudine.

Quando i falsari della devozione oppongono all'amore di Dio quello della creatura, oppongono la chance a Dio, ciò che tocca in sorte (si gioca) all'opprimente totalità del mondo già accaduto, <<toccato>>. Per sempre l'amore della creatura è il segno e la via di un amore infinitamente più vero, più straziante, più puro dell'amore divino. (Dio: se si considera questa immagine sviluppata, è semplice supporto del merito, sostituzione di una garanzia all'alea)-

A chi afferra il significato della chance, quanto pare scialba l'idea di Dio, e torbida, un'idea che tarpa le ali! Dio, come tutto, insignito degli attrubuti della chance. Tale scivolosa aberrazione ha come presupposto l'annientamento - intellettuale, morale - della creatura (la creatura è la chance umana). "

Caspar David Friedrich, Watzmann(Georges Bataille, Sur Nietzsche)

* Georges Bataille (1897-1962), è stato uno scrittore, un antropologo e un filosofo francese. Inizialmente tra le leve del secondo surrealismo francese (Breton e Aragon), si distaccò da questo quando i suoi principali esponenenti abbracciarono il comunismo stalinista. Bataille aveva infatti optato per un orientamento trotzkista. Oltre alla dura polemica antifascista portata avanti nelle sue opere, gli si deve il merito di aver dato una rilettura del pensiero e della figura di Nietzsche (spogliandola della scorretta interpretazione che lo voleva profeta del nazismo), proprio nell'opera suddetta Sur Nietzsche, considerato il suo capolavoro. Bataille fu una figura molto eclettica e controversa del panorama francese del secondo dopoguerra: vicino all'esistenzialismo (salvo un rapporto contrastato con Sartre) e anche allo strutturalismo, il suo pensiero esercitò influenza su generazioni di pensatori successivi.

 


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mercoledì, 23 maggio 2007

Bando

Per quanto sia in ritardo, annuncio agli ormai radi viandanti di questa oasi sperduta tra le maglie della rete che il blog inizia ufficialmente un periodo di inattività indefinito. E' altresì vero che non è stato aggiornato da più di un mese, e pertanto, da blogger inesperto, mi scuso per il silenzio radio. Mi pare più onesto annunciare ufficialmente una momeantanea stasi per contingenze particolari e urgentemente concrete (un esame di maturità, nda). Se gia prima postavo con frequenza insufficiente, non ci vorrà molto per immaginare quanto possa fare nei prossimi due mesi.

Babilonia reclama un po' di frescura nell'ombra della silenziosa e meditativa notte.

Il vento tornerà a soffiare sulle sue sacre vestigia non  appena i raggi di una nuova ed esaltante aurora torneranno a districarsi tra i meandri di quella realtà.

A presto

310friedAltamiràn


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mercoledì, 11 aprile 2007

Fattisentire e le crociate moderne

Il mio sonno letargico si è interrotto nel peggiore dei modi. Sono stato bruscamente strappato all'inerzia in cui versavo ormai da qualche mesetto; in un certo senso, ben venga pure questo improvviso risveglio. Ma non è mai piacevole svegliarsi nel cuore della notte, sentire il proprio respiro affannato, gettare disperatamente lo sguardo da una parte e dell'altra della stanza buia. Specie se fino a pochi istanti prima si era serenamente assopiti in uno stato d'equilibrio tra il sonno e la veglia. Ma necessariamente c'è stato qualcosa che ha mi ha indotto a spezzare le catene della mia pigrizia patologica e a tornare, senza che avessi particolari intenti "pastorali" , a riversare su questo blog l'ansioso marasma di preoccupazioni culturali che mi attanagliano. Quel qualcosa è l'urgenza di capire con chi abbiamo a che fare, anche e soprattutto in rete - quella ritenuta simbolicamente l'inespugnabile baluardo del libero pensiero e della libera informazione - , e di constatare con amarezza che ogni terreno è buono per proseguire un'atavico tentativo di monopolio culturale e di guerra ideologica (per carità, non si può biasimare molto, anche quanto sto per postare è la dimostrazione della varietà culturale e ideologica ravvisabile sulla rete). Ma se è vero che la conoscenza è un ottimo sistema preventivo, riporto integralmente il breve capitolo di un libro straordinariamente lucido e ben scritto che ho letto in questi giorni, Il partito di Dio di Marco Damilano (un'accurata e documentata analisi sulla controversa galassia cattolica italiana, tra monopoli ideologici e ingerenze politiche):

crociato

  "BoyKott la Sony che ha distribuito il film tratto dal Codice da Vinci di Dan Brown. BoyKott i partiti abortisti, << una minaccia epocale, intesa a relativizzare la realtà della famiglia>>. E BoyKott, soprattutto, Famiglia Cristiana!, strilla il portale Fattisentire.net sulla sua home page. Ma quale Famiglia Cristiana: Famiglia Pagana, piuttosto, o Famiglia Prodiana, ticchettano i neo-cattolici arrabbiati. Ce l'hanno col settimanale dei Paolini, colpevole di aver risposto a un lettore che segnalava i 130 000 aborti all'anno in modo ambiguo: <<Non è la legge che uccide, la legge non ha reso innocente l'aborto>>. Apriti cielo e apriti interenet. << Invitiamo tutti gli italiani a sottoporre al vescovo della loro zona il "problema" Famiglia Cristiana. Lo stesso può essere fatto con il proprio parrocco>>, si appela Fattisentire.net, che allega on line anche un comodo modulo per disdire l'abbonamento. I risultati sono impressionanti. Decine di mail di risposta in pochi giorni. << Sono un parroco che ha "abrogato" la distribuzione in parrocchia dell'ex settimanale cattolico "Famiglia Cristiana", fin dal 2001, quando Don Sciortino e tutto il suo staff si produssero in acrobatiche difese dei no-global che distrussero Genova. Da quasi cinque anni la bonifica funziona, - scrive don A.P. - Figuratevi che il parroco della Chiesa Madre di San Pietro di Modica ha issato la bandiera arcobaleno sulla torre campanaria della Cattedrale>>, denuncia A.E. di Ragusa. Da Macerata M.M. spiega di voler proporre al suo parroco una misura drastica: << Gli chiederò di "abortire" Famiglia "cristiana", Jesus e altre riviste pseudo cattoliche che hanno la grande responsabilità di diffondere una visione del cristianesimo errato.>>. Antica devozione mariana e campagne modernissime. Sono i nuovi crociati. Si aggirano nella rete a caccia di infedeli da punire. Utilizzano Internet per lanciare campagne, raccokte di firme, scomuniche. Con tutti i mezzi a disposizione: newsletter, catene di mail, campagne di boicottaggio. Sono finiti i tempi in cui il www era ritenuto simbolo demoniaco che nascondeva il 666, il numero dell'Anticristo nel libro Apocalisse. Oggi sono connesse parrocchie, associazioni, gruppi musicali, ordini religiosi, la Conferenza Episcopale (www.chiesacattolica.it). In testa la Lombardia, il Veneto, Lazio, Sicilia e Campania. In rete i cattolici fanno di tutto: cantano, meditano le letture del giorno, pregano, a volte incontrano la Madonna, o quasi, come dimostra il numero di siti dedicati in tutto il mondo delle apparizioni di Fatima o di Medjugorje. Con il banner di mezzo mondo che si riempiono della Signora con il velo azzurro o di padre Pio. I siti cattolici in Italia sono oltre diecimila, secondo un'indagine dell'agenzia Fides. Un fenomeno in crescita, con un boom nell'ultimo decennio: erano appena 243 i siti cattolici nel 1997, sono aumentati del 28 per cento solo negli ultimi due anni. [...] Ma i più attivi sono i neo-fondamentalisti. BoyKott Famiglia Cristiana è solo una delle tante iniziative organizzate dal portale Fattisentire.net, nato nel 2004 per offrire << una valutazione etica della politica>>, gemellato con lo spagnolo hazteoir.org che si batte contro il governo Zapatero. Ventimila indirizzi e-mail nel database. Home page sull'eutanasia in Olanda. Campagne contro Emilia, Toscana, Umbria e le altre regioni di centrosinistra che riconoscono le coppie di fatto. E poi, il piatto forte: le pagelle dei politici, per la loro azione in parlamente su famiglia, vita, bioetica. << Dài un voto etico ai partiti >>, è la guida al voto messa in rete alla vigilia delle elezioni del 2006: con promozioni e bocciature. Si prendono alcune leggi << eticamente sensibili >> e si va a vedere come hanno votato i deputati nella scorsa legislatura, si fa un punteggio e si stila la classifica. Tra le materie scelte ci sono naturalmente la legge 40 sulla fecondazione assistita, la difesa dell'embrione, la legge sulle tossicodipendenze, ma anche la commissione Mitrokhin e la legge sulle vittime delle foibe. Risultato: il deputato più <<etico>> della scorsa legislatura risulta il medico siciliano Giuseppe Amato, Forza Italia. E il meno etico? Il mite Alfonso Gianni di Rifondazione Comunista. Il partito più etico è Forza Italia, seguito da Lega e An. Fanalini di coda Verdi e Rifondazione. Al quarto posto della classifica si piazza il deputato dell'Udc Remo di Giandomenico, che proprio in quei giorni finisce sotto inchiesta per corruzione, con la moglie accusata di aborti clandestini. E alla fine Pier Ferdinando Casini lo esclude dalle liste. Ma <<fattisentire>> queste notizie non le dà: oppure non ci sente. Troppo impegnato nella battaglia epocale contro il male che avvelena il mondo. Una lotta in cui Internet svolge un ruolo decisivo, secondo i nuovi crociati. Sulla rivista più amata dai tradizionalisti cattolici <<Il Timone>> ogni mese compare una rubrica che aggiorna l'elenco dei siti consigliati. Un'arma di pressione non solo sulla politica ma anche sui vescovi. Durante l'ultima campagna elettorale Fattisentire ha chiesto di spedire una mail a tutti i vescovi <<per far sentire in modo forte e coraggioso la loro voce: nessuna parità tra unioni e famiglia, ma maggiori privilegi alla famiglia tradizionale>>. E quando la curia di Milano ha fatto sapere che per motivi di riservatezza il cardinal Tettamanzi non usava la mail per la sua corrispondenza è finita bersagliata in rete.  Dietro siti e portali c'è un movimento di comunità virtuali che si riuniscono periodicamente in una città italiana, <<per supportare il lavoro di quanti evangelizzano in rete, affindandolo alla Madonna, cum Pietro e sub Pietro>>, scrivono nell'invito. <<Prima di cliccare sul mouse è bene portare la mente alla Regina dei Cieli. Spento il monitor è bene chiedere alla Vergine di intercedere per ottenerci il perdono. >>, dice il pioniere della destra cattolica su internet, il milanese David Botti, presidente della casa madre, il network Totus Tuus, di cui fa parte anche Fattisentire: trenta siti, decine di comunità on line, newsletter, più di 10 000 pagine sfogliate al giorno. Tra i siti collegati c'è ratzinger.it, che raccoglie tutti gli interventi di papa Benedetto, compresi quelli pubblicati quando era ancora cardinale. Ratzinger è una vera star su internet: nell'aprile 2005, nei giorni del conclave, un gruppo di goliardi si inventò addirittura un sita di falsi club di fans raztingeriani, talmente simili a quelli veri (per esempio ratzingerfansclub.com, in cui è possibile trovare anche serissimi interventi di Hans Urs von Balthasar) che molti giornali caddero nel tranello. Su floscarmeli.it c'è la webcam eucaristica puntata sull'ostia consacrata, la liturgia del giorno, la recita del rosario e la possibilità di fare l'esame di coscienza: <<Ho vinto oggi l'amor proprio, chiedendo con semplicità, quando mi abbisognava? Ho approfittato di qualche occasione, per parlare con amore della Santa Povertà?>>. In kattoliko.it e in paginecattoliche.it ci sono le classiche pagine di apologetica: come difendere le verità della fede dagli attacchi dei nemici. C'è novena.it che promette ogni giorno una notizia <<cattolica>>. Ci sono i siti pro-life, come Urla dal silenzio (in totustuus.biz), che nella home page gronda sangue e avverte: <<Avendo lo scopo di mostrare quel che veramente l'aborto è, il sito contiene immagini molto realistiche. Se sei facilmente impressionabile non visitare la parte Fotografie realistiche>> Roba forte, in effetti: feti smembrati, manine, piedini, corpicini fatti a pezzi. E poi le firme che vanno per la maggiore: Antonio Socci, che ha chiamato il suo sito Lo straniero e può contare anche su una blog-comunity di riferimenti (stranocristiano), Vittorio Messori, Rino Camilleri che ai suoi utenti fornisce <<antidoti>> contro il politically correct. A totustuus si è affiancato più di recente il sito dei papaboys, che vanta anche un tv-online. Ma anche in questo caso, dietro una grafica accattivante, con il cartone animato del papa che decolla e viaggia nel mondo, c'è un movimento vicino alle posizioni più estreme. Lotta al satanismo e adesione al movimento Europa Cristiana, che si definisce <<cristocentrico>>, vicino ad Alleanza Nazionale. Hanno anche fondato un premio musicale, il Golden Graal. Un nome azzeccato: su internet i neo-crociati proseguono alla ricerca della coppa del Sacro Graal. In un clima stralunato, medievale, dove si combatte contro il Maligno. Almeno virtualmente. "

( Marco Damilano, Il Partito di Dio, Capitolo Quinto, I nuovi pulpiti: Crociate on line, Gli Struzzi Einaudi, pp.131-135)

Mi scuso se l'intervento era troppo lungo, ma ritenevo fosse il caso di citare questa fonte. D'altronde, è meglio una sincera perplessità di fronte a trovate come Fattisentire.net o floscarmeli.it, a cui si può anche reagire con pronto umorismo, piuttosto che imbattersi casualmente in questi portali dalla presenza perlomeno inquietante, per non aggiungere a quanto implicitamente emerge dal testo. Che dire, non ci resta che piangere, e continuare a guardarci attorno.

Come al solito, per chi volesse approfondire, allego la recensione del libro (l'invito di intraprendere una lettura piacevole e chiarificante è sempre valido) del sito UAAR:

http://www.uaar.it/ateismo/opere/126.html

Alla prossima.

Altamiràn


postato da: Altamiran alle ore 21:56 | link | commenti (4)
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lunedì, 19 febbraio 2007

Lo sporco mestiere dell'informatore

Prima che una provocazione, questo mio post vuole essere un invito a riflettere. Prima di essere un attacco (peraltro del tutto legittimo e supportato da fonti), l'intervento vuole essere innanzitutto uno stimolo alla coscienza critica. Vorrebbe punzecchiare, anche con decisione, la mentalità comune, vorrebe solleticare - per chi lo possiede ancora - un sano spirito di curiosità e conoscenza, svincolato da ogni appartenenza ideologica e dagli assiomi di qualsiasi culto. Credo che non me la prenderò mai abbastanza con la superficialità, l'inerzia culturale e l'ignoranza che stagna in questo paese, e non potrò mai fare a meno di presentare argomenti scomodi, magari di poco interesse per i più, fastidiosi ad alcune logiche di dominio (spirituale e non), con i toni e le parole che, dal basso della mia inesperienza, riterrò adatte. E' un mio difetto, che cosa volete farci. Non riesco a rassegnarmi alla voluta indifferenza dei benpensanti, nè asseconderò il loro progetto di silenzio. Finchè le illusioni e le utopie mi garantiranno la necessaria presunzione e la dovuta incoscienza, continuerò a fare il solletico alle pacifiche coscienze di chi si sente già arrivato.

Karl Heinz Deschner

Qui non si tratta di divulgare, presentare, interpretare, discutere argomenti triti e ritriti, nè di intavolare avvelenati scambi di parere tra chi gioca ad essere più supponente. Qui si tratta di far conoscere: forse è il compito più arduo, uno "sporco lavoro" insomma. Ma sfortunatamente è un qualcosa che non mi compete necessariamente. Quindi, supplendo al deficit di chi dovrebbe informare ma non lo fa, ci proverò io. Come in ogni cultura, in ogni società autoritaria che si rispetti, c'è sempre chi, vuoi per una moda ideologica o per sentito amore per la divulgazione culturale, è bollato con l'infamante marchio di "dissidente", di "provocatore", di "voce fuori dal coro", tacciato di essere un inutile seminatore di dubbi, un profeta sensazionalista deciso a sovvertire i comuni principi di coscienza storica e convivenza sociale. Di conseguenza si è sempre tentato, da parte di chi ha i suoi interessi da difendere, di isolare il più possibile (talvolta anche con le maniere forti) il suddetto eversivo e di dare la minore risonanza possibile ad ogni sua eventuale opera e/o azione. Fin qui, prutroppo, nulla di nuovo: ogni sistema collettivo, per sua natura, ha come obiettivo la conservazione dello status quo (quasi mai "pulito") ed è ben attento a evitare voci che possano far vacillare le basi del suo predominio. Fa fisiologicamente parte di ogni comunità umana istituzionalizzata. Curiosamente (si fa per dire) però si tende ad applicare questo criterio di conservatorismo nonché di accurata difesa dei propri privilegi non solo in campo politico e sociale, ma anche in sfere in cui, notoriamente, il lato materiale, sociale, collettivo dovrebbe essere subordinato ad una libertà di coscienza (o di spirito) del tutto individuale e soggetta al libero sentimento di ogni uomo, ovvero la religione. Oltre ad apparire ciò fortemente illogico per la natura in sè del fenomeno religioso (che è un atto invidiuale e irriducibile a condizionamenti esterni), questa pratica censoria tenderebbe indirettamente a confermare e a corroborare le critiche e i sospetti di chi vede la sfera religiosa pericolosamente invischiata e coincidente con la politica, il controllo sociale e la vita quotidiana degli individui. Tuttavia questo è quello che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, memore della sua storia fortemente esemplificativa in tema di restrizioni culturali e morali, è tornata a fare con maggiore insistenza e con l'abilità consumata di colei che sa fare bene il suo mestiere.

 L'esempio vivente di questa abitudine della Chiesa ad allontare e ridurre al silenzio eventuali critici  (tramite le enigmatiche ma evidentemente efficaci propaggini di cui è dotata), come uno Stato fortemente autoritario, è Karl Heinz Deschner, storico, saggista e teologo tedesco tra i più significativi dell'ultimo Novecento. La diffusione che ha il suo nome e la sua opera in Italia è miserrima, e ciò risulta ancora più clamoroso sapendo che ora Deschner ha la bellezza di 84 anni: questa ragionevolmente fa supporre che abbia svolto il grosso della sua attività critica e storiografica intorno agli anni 60', 70' e 80' del secolo appena trascorso. Ma la considerazione che si ha in Italia del suo lavoro, riconosciuto e premiato a livello internazionale nel 1988 e nel 2001 (premi Arno Schmidt, Erwin Fisher e Ludwig Feuerbach), è pari solo alla conoscenza, pressochè nulla, della sua figura, che ha potuto faticosamente farsi strada nel nostro paese solo da una decina di anni. Ma qual è il perchè di questo impietoso veto? Quale la causa di una censura di mezzo secolo? Che cosa ha scritto Karl Heinz Deschner di tanto grave e inaccettabile da meritarsi un silenzio così infamante, peraltro solo in Italia, mentre è stato riconosciuto e premiato in tutto il mondo?

Le ragioni ci sono, purtroppo, e sono tragicamente evidenti. Karl Heinz Deschner si è distinto per i suoi lavori scentifici e rigorosi e di natura critica nei confronti di tutto l'apparato della Chiesa Cattolica Romana, nell'intento di svelare le reali origini di molte dottrine teologiche della Chiesa, presentare l'infondatezza della tradizione che ne consegue e raccontare i retroscena di molte attività intriganti della Chiesa Cattolica nel corso dei secoli, edulcorate e taciute dalla stragrande maggioranza della storiografia moderna e passata. Ma ciò che contraddistingue l'operato di Deschner dalla folta schiera di veementi anticlericali spesso privi di documentazione storica e animata più da rancore personale che da effettiva obiettività storica è la scientificità di tutte le sue opere, sostenute da un notevole apparato critico e coadiuvato da una fonte pressoché inesauribile di autorevoli sorgenti storiche (antiche e contemporanee). Non l'invettiva di un qualsiasi frustrato, ma l'accurata analisi storiografica degli aspetti più controversi e ovviamente meno conosciuti della religione cristiana: le sue opere, fitte di riferimenti bibliografici che le rendono inoppugnabili, rappresentano il sincero interesse dello scienziato che vuole comprendere e sfatare, con fondatezza e metodologia rigorosa, falsi miti e certezze impietosamente inculcate da un sistema educativo unilaterale come quello cristiano.  Uno dei suoi lavori più prestigiosi e maggiormente riconosciuti a livello internazionale è Il gallo cantò ancora - Storia critica della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1962 e uscito in Italia solo nel 1998 (non penso ci siano parole adatte per esprimere il sincero sconforto di fronte ad una censura di oltre trent'anni)  nelle edizioni Ariele. Il libro  è diviso in quattro libri: «I vangeli e il loro retroterra storico-culturale», «Paolo», «il cattolicesimo primitivo» e «la Chiesa trionfante». Ogni libro è diviso in numerosi capitoli, in ognuno dei quali è analizzato analiticamente un particolare aspetto della religione cristiana. Molti capitoli sono degli autentici atti di denuncia nei confronti della Chiesa: dalle finte liste di martiri alla sottomissione all'Impero Romano  all’epoca del sanguinario Costantino, dalla persecuzione nei confronti dei pagani e degli eretici fino all’antisemitismo antico e moderno. Non mancano, nel racconto, pagine dedicate all’appoggio che le chiese cristiane diedero all’ascesa di fascismo e nazismo. Un’ulteriore sezione è dedicata all’analisi critica dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti della guerra. Deschner chiama a supporto delle proprie tesi una gran quantità di documentazione, diretta e indiretta: le pagine di riferimenti bibliografici sono ventisei, con quasi duemila opere citate (la maggior parte delle quali di lingua tedesca).

Ma l'infame colpa di Deschner non si ferma qui. Non pago infatti dei puntitivi 36 anni di censura che il suo libro ha avuto in Italia, ha lavorato ad un'altra opera, ancora più monumentale, una programmatica analisi scientifica e assiduamente accurata volta a demistificare i falsi miti e le convenzioni storiche su cui si basa la religione cristiana. Si tratta de Storia criminale del cristianesimo, un'opera in 10 volumi scritti durante la lunga carriera di Deschner e naturalmente uscita in Italia dalla solita Ariele da pochi anni. Se Il Gallo cantò ancora poteva essere considerata il preludio dell'azione demistificatrice, questo imponente sforzo maturato nel corso di anni di studi e di ricerche è la stoccata definitiva, l'affondo impietoso, la "resa dei conti" verso il predominio ideologico e il filtro culturale che la Chiesa ha posto nel corso dei secoli. I volumi pubblicati miracolosamente in Italia sono 8 (Vol. 1: L'età arcaica; Vol. 2: Il tardo antico; Vol. 3: La Chiesa antica;Vol. 4: L'alto Medioevo;  Vol. 5: IX e X secolo; Vol. 6: XI e XII secolo;  Vol. 7: XIII e XIV secolo; Vol. 8: XV e XVI secolo), mentre gli ultimi due, trattanti presumibilmente la Chiesa nella modernità, sono in corso di pubblicazione. Davanti ad uno sforzo così poderoso, ad una escussione così ampia e documentata di testi storici, qualsiasi timida critica o qualsiasi patetico giudizio intriso di sufficienza rimarrebbe annichilito dalla straordinaria capacità critica di Deschner e dall'inoppignabilità dei suoi testi. La loro arma è difatti stata il silenzio, l'indifferenza, l'unica possibile per esorcizzare il pericolo alla loro supremazia ideologica, ma al tempo stesso un'arma a doppio taglio, indiretta e inequivocabile conferma della sostanziale autenticità e fondatezza delle implacabili tesi di Deschner, impossibili da smentire anche dal più disonesto degli oppositori. Per quanto sintomatica di una mentalità ormai barcollante e di un sistema che circondato voglia difendere a tutti i costi i propri privilegi plurisecolari, l'indifferenza si è rivelata paradossalmente il modo più utile e meno dispendioso per garantirsi un'ulteriore sopravvivenza, mantenendo l'opinione pubblica nell'ignoranza, dirottando la storia secondo i propri filtri ideologici e morali e monopolizzando l'educazione e la cultura di molti paesi.

E' d'obbligo segnalare alcuni link utili per approfondire:

E per chi volesse avventurarsi direttamente nella lettura di Deschner:

Di fronte a questo culto dell'ignoranza, al mangime di ovvietà dato al popolo per tenerselo nelle stalle dei luoghi comuni e delle convenzioni borghesi, alla fastidiosia nenìa morale dei potenti, si può controbattere solo con la diffusione della conoscenza, l'ultima risorsa  per chi ancora crede nel valore della verità, dell'onestà storica, e che, come Karl Heinz Deischner  ha fatto della sua vita una battaglia allo scopo di risvegliare l'uomo dalle tenebre della sottomissione ideologica, e liberarlo dall'ignoranza che affligge l'umanità dolente.

Altamiràn

 


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lunedì, 12 febbraio 2007

Saggezze perdute

Parole di profeti danzano sulla brezza e accarezzano le rovine di Babilonia. Esse giungono da luoghi remoti, isole beate sepolte dal tempo e dal chiasso di buffoni e saltimbanchi. Ma il rumore della moltitudine non ha corrotto queste inebriante testimonianze di vita, calici dorati di pienezza e ardore, grappoli d'uva maturi e luccicanti da strappare dai tralci e assaporare a piene mani. Nel silenzio dei simulacri di Babilonia, tombe di uomini ed eroi, rabbioso deflagra il turbine della Vita, il maestoso vorticare di emozioni che, come la vertiginosa ascesa di un aquila alle vette del cielo, proietta l'Uomo, Arte e miseria nello stesso sangue, sublime e infido nello stesso respiro, a saltare oltre le guglie del mondo, schernire gli impavidi rimasti al suolo, e saltare nel cupo e tremendamente affascinante abisso del Dubbio, profondo come l'Uomo e le sue fiammeggianti emozioni.

Semplicemente, mi sentivo in dovere di mettere questa poesia. Non c'è altra spiegazione a questa scelta: è una necessità che scaturisce da dentro, come una risata che affiora dal cuore o una lacrima che scende dagli occhi. La Poesia è anche questo, risata o pianto, sorriso o lacrima, è Simbolo, è Uomo, è Volo sopra la vastità,  è inerpicarsi su cime montane avvolte di nebbia. La Poesia è Vita, il poeta uomo. A voi la coppa della vita, sorseggiatene avidamente.

Albatros

L'albatros    

"Spesso, per divertirsi, i marinai

catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,

indolenti compagni di viaggio delle navi

in lieve corsa sugli abissi amari. 

 

 L'hanno appena posato sulla tolda

e già il re dell'azzurro, maldestro e vergognoso,

pietosamente accanto a sè strascina

come fossero remi le grandi ali bianche.

 

Com'è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!

E comico e brutto, lui prima così bello!

Chi gli mette una pipa sotto il becco,

chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

 

Il Poeta è come lui, principe delle nubi

che sta con l'uragano e ride degli arcieri;

esule in terra fra gli scherni, impediscono

che cammini le sue ali di gigante."

 (Charles Baudelaire, I Fiori del Male, II)

( "Souvent, pour s'amuser, les hommes d'èquipage/ Prennent des albatros, vaste oiseaux des mers/ Qui suivent, indolents compagnons de voyage, / Le navire glissant sur le gouffres amers // A' peine les ont-ils déposés sur les planches, / Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux, / Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches / Comme des avirons traìner à còte d'eux. // Ce voyageur ailè, comme il est gauche et veule! / Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid! / L'un agace son bec avec un brule-gueule, / L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait! // Le Poète est semblable au prince des nuées/ Qui hante la tempete et se rit de l'archer; / Exilè sur le sol au milieu des huées, / Ses ailes de gèant l'empèchent de marcher." )

Altamiràn


postato da: Altamiran alle ore 18:27 | link | commenti (5)
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venerdì, 02 febbraio 2007

La Serenità dell'indifferenza

In quella che era la piazza più grande di Babilonia, il crocicchio da cui si diramavano capillarmente tutte le strade della città antica, ora vi è deserto e sterpi. Dove un tempo chiassosi venditori aumbulanti vagabondavano attorno alle loro bancarelle cariche di mercanzie, ora il sole trafigge i lastricati. Dove carovane provenienti da città lontane si incrociavano in un amalgamarsi di lingue, usanze e costumi, ora un vento caldo solleva la polvere rappresasi su quelle strade. I gradini marmorei dei teatri hanno perso il loro smalto lucente, colonne abbattute invadono il foro, un tempo glorioso palco di uomini saggi e giusti. E quegli sparuti pellegrini che ogni tanto passano con i loro cammelli e vi trascorrono la nottata, fissano in silenzio il bianco cimitero di capitelli e archi, di vivace dialettica e amore per la sapienza, di dinamismo oratorio e onestà intellettuale. Per un attimo sembra che le voce di quegli antichi maestri d'umanità risorga dalle polveri, ma il pellegrino sposta lo sguardo e riprende il cammino. E nel silenzio di colui che non comprende, e non può ammirare, l'eco si dissolve nei meandri del suo passato.

Friedrich

La realtà con cui quotidianamente mi confronto, anche nei suoi aspetti più particolari, mi induce sempre di più a pensare quanto possa essere dannosa per l'intelligenza umana il silenzio e l'indifferenza. Con il mio precedente post, ho cercato di far conoscere soltanto uno dei molteplici aspetti, una delle variegate sfaccettature di questa volontaria e generalizzata omissione (che si esplica in tutti i livelli) che, di pari passo con la mia maturazione, mi getta ogni giorno di più nello sconforto e nell'amarezza. Soprattutto perchè è un pericolo subdolo, apparentemente non reale, difficile da combattere, ma che alla lunga fa terra bruciata di tutto quello che possa stimolare un libero confronto di opinioni, un dinamismo intellettuale, un qualsiasi dibattito in grado